La storia
Posta all'estremo confine meridionale del Lazio, sulla sponda destra del fiume Garigliano, Minturno occupò, sin dalla sua origine, un sito strategicamente e militarmente importante per la sua posizione geografica, quasi alla foce del citato fiume, in un punto di sbocco delle strade che discendono dai monti della Ciociaria. La città controllava il passaggio del fiume che permetteva l'accesso alla Campania e disponeva di un importante porto che serviva le città della zona valliva e montana e che, in età imperiale romana, commerciava con località anche lontanissime.
Città aurunca con Vescia, Ausona, Sinuessa e Sessa, Minturnae ebbe una posizione di rilievo nell'organizzazione della pentapoli aurunca. Dell'esistenza di una città preromana sul sito abbiamo notizia dalle fonti romane, che cominciarono ad occuparsi della città e della popolazione quando i romani entrarono in conflitto con essa fino a distruggerla completamente. Successivamente essa fu ricostruita con la deduzione di una colonia nel 295 a.C. e con altri due successivi invii di coloni, in età di Cesare e di Augusto. Come centro romano la città ebbe una notevole importanza e visse, con alterne vicende, fino al VI secolo. Essa fu abbandonata solo intorno al 580 d.C. per una serie di motivi, tra i quali la sua vulnerabilità (posta come era in pianura, alla foce di un fiume navigabile), dopo che era stato perduto il controllo del sistema montano aurunco, nonché per l'estendersi della palude e del bosco fittissimo.
La colonia aveva nel suo assetto originario un’estensione ridotta, sull’area adiacente al fiume; ma già nel corso del III sec. a.C. ebbe un notevole sviluppo urbano, in direzione Ovest ancora sulla via Appia, dove i nuovi quartieri furono anch’essi cinti di mura. Della città romana restano numerose testimonianze, raccolte anche nel Museo locale. L’area archeologica ha ingresso nella zona del grande teatro, il monumento più notevole della città, che insiste sulla via Appia e sul Foro repubblicano con i suoi portici. La parte occidentale della stessa area è occupata da un importante tempio tuscanico dedicato a Giove, il Capitolium della colonia, del quale restano in pratica solo le fondazioni. Il vicino pozzo rituale, un bidental, è uno dei rari documenti noti di un rito di fulgur conditum, del seppellimento rituale di oggetti colpiti da fulmini, e testimonia che quel destino toccò, e ben due volte, il tempio di Giove. Di importanza eccezionale il santuario extraurbano della dea Marica, la dea aurunca del "mare", sul Garigliano a m 400 dal porto della città antica: noto dalle fonti e scavato nel 1926, affiancato da un secondo tempio dedicato ad Afrodite.
A giudicare dal ricchissimo e numeroso materiale archeologico, soprattutto scultoreo, questa città dovette godere di una notevole agiatezza economica: la presenza di un teatro e di un anfiteatro, solitamente ricchi di statue, giustificano il così largo rinvenimento di sculture in questa città: una ricca collezione di statue è oggi al Museo nazionale di Zagabria, circa 160, più modesto il numero di opere concesso all'Università di Pennsylvenia come quota parte per gli scavi effettuati nel 1931-33; un centinaio quelle trasferite al Museo Nazionale di Napoli.
Degni di menzione, infine, i materiali scultorei presso il Museo istituito nel 1965 nell'area archeologica: l'esposizione è collocata nei due ambulacri del teatro, recuperati per questo scopo.
Gli scavi effettuati fino ad oggi interessano solo un porzione dell'antica Minturnae: restano da scavare la città ausona e la città repubblicano-imperiale, con la cinta muraria e gli edifici residenziali pubblici, nonché l'anfiteatro.
Venendo da Formia è visibile l’imponente acquedotto Vespasiano con una lunga teoria di archi possenti che si perde nella campagna per giungere, dopo un percorso di 11 km, alle sorgenti di Capodacqua. Le strutture murarie delle arcate, che in alcuni punti raggiungono un'altezza notevole, sono in opera reticolata costituita da piccoli parallelepipedi in tufo grigio.
Sul vicino fiume Garigliano si può ammirare il restaurato Ponte Borbonico sospeso su catene di ferro, primo esempio in Italia progettato da Luigi Giura e inaugurato nel 1832. Il ponte Ferdinandeo (dal nome del re borbone) venne iniziato nel 1826 e terminò nel 1832. Si tratta di un ponte a catenaria semplice, una vera sfida per il tempo. In pratica, all'altezza delle due rive si alzano due alte colonne in pietra che fanno da sostegno per un lungo tirante che, dal terreno retrostante, si erge, passa per la sommità della colonna, scendendo verso il centro del fiume, risale fino alla cima della seconda colonna e si interra definitivamente sull'altra sponda. Saldate a tale sostegno sono poste delle catene di ferro che fungono da tiranti per il pianale stradale sospeso. A ”guardia” del ponte due coppie di sfingi. Distrutto nella seconda guerra mondiale è stato da poco restaurato. Sulla riva sinistra presso la foce del fiume una torre alta 25 metri fu edificata nella seconda metà del sec. X dal principe Pandolfo Capodiferro, come opera di difesa e per celebrare la vittoria contro i saraceni. Prima della seconda guerra mondiale, in questa struttura, l'allora ministro della pubblica istruzione Pietro Fedele aveva allestito un museo di reperti antichi di valore notevole, ma la torre è stata distrutta nel 1943 dai tedeschi in ritirata.
Caio Mario, com'è noto, nel corso della guerra civile fuggì da Roma, occupata da Silla che lo aveva dichiarato nemico pubblico. Tentò quindi di raggiungere l'Africa, dove contava di riorganizzare la sua azione. Potendo disporre a Minturno di aiuti fidati, decise di farvi sosta (88 a.C.), trovandovi però, pronti a catturarlo, anche i fautori del partito avverso. Secondo la tradizione uno schiavo fu incaricato di ucciderlo. L 'uomo fu accolto con fermezza da Mario e fuggì appena questi pronunciò la frase “Osi tu uccidere Caio Mario?”. Scossi e pentiti i Minturnesi liberarono l'uomo e gli fornirono gli aiuti per la fuga. L'episodio fu riecheggiato più volte dalla trattatistica locale e illustrato (1786) dal pittore francese Germain Jean Drouais. Il quadro è oggi esposto presso il Museo del Louvre.